I ghiacciai himalayani del Karakoram

 

Fig. 1La catena montuosa del Karakoram ha la più alta concentrazione di ghiacciai del continente asiatico, che comprende un’area estesa per circa 18.000 km2. I ghiacciai costituiscono grandi depositi di acqua dolce in un ambiente altrimenti del tutto arido, nell’area continentale interna. Questi depositi sono di importanza cruciale per i flussi dell’Indo e dello Yarkand. La maggior parte del ghiaccio ricopre le creste principali del Greater Karakoram.

 

 

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Ci sono centinaia di piccole e intermedie masse di ghiaccio, ma solo dodici di queste sono grandi ghiacciai, che costituiscono quasi la metà del totale della copertura. Esse rappresentano la maggior parte delle più grandi valli glaciali che si trovano al di fuori delle alte latitudini. Il Siachen è il più grande sia per superficie (1.200 km2) che per estensione (75 km). Il Baltoro è il secondo per superficie (760 km2) ed ha la maggior escursione in altezza sul livello del mare – dalla quota di 5240 m del fronte, fino alla vetta del K2 (8.611 m). Gli spartiacque di questi bacini glaciali sono ad altitudini eccezionali. Questo spiega in parte perché hanno escursioni di altitudine uguagliate da alcuni altri ghiacciai, anche nel resto dell’Himalaya. Come risultato, il clima e le altre condizioni nelle aree più elevate del ghiacciaio differiscono profondamente rispetto alle aree più basse; questa è solo una delle varie ragioni per cui i ghiacciai del Karakoram appaiono così inusuali.

L’ambiente climatico è influenzato da venti occidentali e tempeste invernali per metà dell’anno, e da tempeste monsonali durante l’estate. Le poche misurazioni disponibili mostrano che circa due terzi delle precipitazioni nevose avvengono durante l’inverno e circa un terzo durante l’estate – al contrario dei ghiacciai del Greater Himalayan, dove sono dominanti le tempeste di neve monsonali in estate. Sistemi ad alta pressione che si sviluppano sui territori più interni dell’Asia, in particolare sul plateau tibetano, hanno ripercussioni sulla forza e sull’intensità degli altri due sistemi meteorologici, e sulla durata del bel tempo nelle regioni montuose. Quest’ultima è importante per gli alpinisti e i fotografi, ma critica per l’entità della riduzione della massa ghiacciata durante l’estate. Come in tutti i più grandi complessi montuosi, un’orografia complessa e altitudini elevate hanno pesanti effetti sul clima, in termini di forza e complessità.

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Studi condotti sul ghiacciaio Biafo negli anni 1980, hanno mostrato per la prima volta, che le più intense precipitazioni nevose nel Karakorum si sono verificate sulle zone più elevate dei ghiacciai. L’entità massima delle precipitazioni si è verificata tra i 4.800 e i 6.000 metri sul livello del mare (slm), molto più in alto rispetto a quanto è stato misurato in qualsiasi altra parte del mondo. L’equivalente acquoso delle precipitazioni nevose varia tra uno e due metri, il che significa cinque metri o più di neve all’anno. Le quantità sono dieci volte superiori rispetto a quanto misurato dalle stazioni meteorologiche a valle, al di sotto dei 3000 metri di quota. Tuttavia, è anche importante sapere che per la maggior parte dell’alto Karakoram, la neve non si accumula mai in questo modo; essa cade dove i pendii sono più ripidi o dove il vento soffia con più forza, e scende sotto forma di valanga verso la superficie del ghiacciaio.

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L’importanza delle valanghe di neve e di ghiaccio nell’ambiente glaciale non può essere mai sottolineata abbastanza. Sono rischi ben noti per gli alpinisti, capaci di creare viste spettacolari. Tuttavia, il loro ruolo maggiore è di costituire la riserva più importante di neve e ghiaccio per il ghiacciaio. Le zone più elevate dei bacini glaciali sono generalmente costituite da alte pareti rocciose e cascate di ghiaccio. Ben il 50-80% delle zone al di sopra dei 4500 metri di quota presentano pareti con pendenze superiori ai 40 gradi. La neve che cade tende a scivolare via facilmente, o ad essere rapidamente rimossa dal vento; se riesce ad accumularsi, rimane sempre piuttosto instabile. Un altro importante processo è dovuto all’azione del vento, che fa depositare la neve lungo i pendii per poi depositarla a formare cornicioni alla sommità dei pendii più riparati. I crolli di tali cornicioni costituiscono un’ulteriore fonte o un innesco di valanghe di grandi proporzioni. Innumerevoli piccole masse di ghiaccio, chiamate “glacieretes” si formano nelle interruzioni dei pendii, negli stretti canyon, nelle nicchie, e sono sempre piuttosto instabili. Anch’essi producono valanghe di ghiaccio che precipitano verso i ghiacciai principali.

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In realtà, il ghiacciao nutrito da valanghe, o “Turkestan”, è stato osservato come tipico della regione del Karakoram per quasi un secolo. I ghiacciai più grandi, come il Baltoro, con flussi glaciali ad alta quota orlati da pareti di roccia, sono stati definiti “pentole di Firn” (NdT: il Firn è un particolare tipo di neve che in italiano a volte è chiamata “neve trasformata”). Anche in questo caso le valanghe sono il principale sostentamento per queste “pentole, sebbene anche apporti dovuti a precipitazioni dirette e a depositi prodotti dal vento possano essere altrettanto importanti. Pochi ghiacciai, compresi il Siachen, il Biafo, il Rimo e lo Chiantar, sono inisuali per la regione del Karakoram, in quanto caratterizzati da bacini molto estesi e a quote elevate. In questi casi le precipitazioni nevose costituiscono la principale fonte di ghiaccio. Sebbene non tipici della regione, essi offrono opportunità relativemente poco pericolose per effettuare misurazioni relative alle precipitazioni nevose ad elevate altitudini.

Un’altra caratteristica molto nota rispecchia l’importanza delle valanghe: la straordinaria quantità di detriti che coprono le zone più basse dei ghiacciai. Questi detriti sono originariamente trascinati verso il basso dalle valanghe, o da frane localizzate nelle medesime alte pareti rocciose; la copertura di detriti protegge il ghiaccio sottostante dall’azione dei raggi solari, riducendo significativamente (o azzerando del tutto) l’ablazione a carico delle parti più basse del ghiacciaio. Questo è un fattore importante nella lunghezza e nella scarsa quota di penetrazione di alcuni ghiacciai. Tuttavia, un altro aspetto della relazione tra detriti e ablazione del ghiacciaio può essere ancora più significativo: le aride valli sottostanti, molto esposte a forti venti e con elevati tassi di erosione, contribuiscono a formare ambienti molto polverosi; di conseguenza neve e vento tendono ad essere molto sporchi. In un paio di giorni dopo una tempesta, si possono osservare venature di polvere e sporcizia accumularsi rapidamente sul ghiaccio e sulle superfici innevate; mentre spessi strati di detriti proteggono il ghiaccio, sottili veli di sporcizia, sparsi tra i frammenti di roccia, e particelle di polvere incrementano l’ablazione.

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Misurazioni nella regione del Karakoram mostrano che le venature di polvere sul ghiaccio, fino ad uno spessore di 3 cm., possono incrementare l’ablazione anche del 50% o più in confronto al ghiaccio pulito. Questo è dovuto al fatto che, essendo più scura, la polvere assorbe con maggior efficienza l’energia solare; con strati di povere sottili, il calore può passare con più facilità al sottostante strato di ghiaccio, aumentandone così lo scioglimento. Così, se le coperture formate da grandi detriti sulle aree glaciali a quote più basse e sulle morene mediali proteggono il ghiaccio, strati di detriti più sottili e sparsi a quote più elevate hanno l’effetto opposto, incrementando il tasso di ablazione.

A questo proposito è interessante notare che circa l’80% dell’acqua derivante da scioglimento nei ghiacciai del Karakoram deriva da altitudini comprese tra 3800 e 4800 metri. Anche in questo caso, la variazione verticale del clima, in grado di controllare le condizioni stagionali, è un fattore di assoluto rilievo. La maggior parte dello scioglimento della neve avviene nei pochi mesi estivi, e il 90% dello scioglimento dei ghiacciai avviene in meno di due mesi, tipicamente tra luglio e agosto, quando le condizioni di riscaldamento manifestano i propri effetti nella zona critica tra 3800 e 4800 metri di quota e le nevi stagionali si sono sciolte per lasciare esposto il ghiaccio sottostante. A quote ancora superiori, temperature più elevate sono rare. Superati i 5000 metri di quota si incontra la zona perennemente a temperature inferiori allo zero; l’ablazione del ghiaccio declina rapidamente sopra i 3800 metri, dove la protezione dei detriti più pesanti compensa non solo le temperature più elevate e la maggior durata dell’insolazione, ma anche le temperature stagionali sopra lo zero che durano molto più a lungo che non nelle aree a quote maggiori.

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Dove il ghiaccio è relativamente più pulito o scarsamente incrostato con polveri e sporcizia, circa 5-7 metri di ghiaccio sono rimossi annualmente a quote di circa 4000 metri; quest’ablazione si riduce praticamente a zero a quote di circa 5000 metri. Laddove il ghiaccio raggiunge quote più basse, a circa 2500 metri, l’ablazione più toccare i 18 metri all’anno sul ghiaccio completamente esposto, e un certo scioglimento si verifica anche durante l’inverno. In ogni caso, le coperture di detriti a queste quote conducono a tassi di ablazione in media inferiori ai 3-4 centrimetri.

Come considerazione finale sui ghiacci ricoperti da detriti è importante sottolineare come questi mostrino ancora forti fusioni localizzate e redistribuzioni di detriti; ciò produce anche caratteristiche assai distintive. Una rapida ablazione avviene quando il ghiaccio è esposto direttamente, specialmente se mostra una copertura di polvere molto sottile. Le ben note “navi di ghiaccio” localizzate in aree altrimenti prive di detriti, e le onnipresenti lame di ghiaccio, che spesso circondano piccoli laghi sulla superficie glaciale, hanno i più elevati tassi di fusione. Tuttavia, esse costituiscono solo una piccola porzione dell’intera superficie. Immediatamente intorno i detriti più spessi rallentano o fermano del tutto l’ablazione. Di conseguenza, le superfici ghiacciate esposte, che mostrano soprattutto ripidi pendii, si ritirano continuamente causando lo scivolamento dei detriti soprastanti verso il basso. Riprese fotografiche time-lapse di queste aree mostrano, in periodi di poche settimane o addirittura pochi giorni, una completa inversione della topografia del ghiacciaio. I prominenti tumuli coperti da detriti diventano aree di sprofondamento riempite dai medesimi detriti, e viceversa. Un errore comune consiste nell’assumere che i molti coni ricoperti da tali detriti di questi ghiacciai siano permanenti e siano costituiti principalmente da questi detriti, quando invece il rilievo è largamente rappresentato dal ghiaccio sottostante. Le molte forme simili a sculture che derivano da queste interazioni tra ghiaccio, detriti ed energia solare hanno affascinato gli osservatori fin dalle primissime visite sul Baltoro e sugli altri ghiacciai del Karakoram.

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Due pericolosi fenomeni hanno eccezionale sviluppo in questa regione: i ghiacciai a ondata e le inondazioni catastrofiche provenienti da laghi glaciali. Le ondate sono eventi relativamente di breve durata nei quali vi sono improvvisi e consistenti trasferimenti di ghiaccio dalle porzioni superiori del ghiacciaio a quelle inferiori. Il movimento del ghiaccio generalmente aumenta di un ordine di grandezza o due. Circa 34 ondate sono state documentate in Karakoram durante gli ultimi 150 anni, con il coinvolgimento di 22 ghiacciai. Molti altri ghiacciai hanno caratteristiche che ricordano il comportamento delle ondate. Se una di queste ondate raggiunge aree popolate, può spargersi su tutta l’area abitata, interrompere le comunicazioni locali e distruggere i canali di irrigazione. Le ondate possono anche dare vita a improvvise inondazioni che portano distruzione verso le vallate sottostanti.

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Nel corso degli ultimi 200 anni circa 62 ghiacciai sono noti per avere costituito parziali o completi sbarramenti tra le valli lungo il corso superiore dell’Indo, e sono state documentate oltre 60 inondazioni catastrofiche provenienti da laghi glaciali. Di queste, alcune sono state larghe abbastanza da raggiungere e danneggiare significativamente regioni lontane come le piane dell’Indo. Tuttavia è importante notare come tutte le maggiori inondazioni di questo tipo nella regione sono state causate da ghiacciai che avanzavano tra vallate percorse da fiumi. I rischi sono sostanzialmente differenti rispetto a quelli dovuti a laghi pericolosi descritti di recente e causati dal ritiro del ghiacciaio, come ad esempio in Nepal e nel Buthan, nell’Himalaya orientale.

In sintesi, i ghiacciai del Karakorum hanno caratteristiche del tutto peculiari, e costituiscono sia fattori fondamentali per l’approvvigionamento idrico regionale che elementi di maggior rischio potenzialmente distruttivo.

(Originale in lingua inglese, traduzione a cura del team STDG)

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Kenneth Hewitt

Professor Emeritus, Geography and Environmental Studies
Founder Member and Research Associate, Cold Regions Research Centre
William Laurier University, Ontario, Canada

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4 Comments


  1. derekpm
    Jul 13, 2009

    Rather interesting. Has few times re-read for this purpose to remember. Thanks for interesting article. Waiting for trackback.


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